Il nostro occhio (parliamo evidentemente del sistema occhio-cervello) è fatto in modo da vedere oggetti ovunque se ne presenti la minima possibilità. Quando guardiamo, cioè, tendiamo sempre a trovare dei nomi, indispensabili punti di riferimento per districarci nel flusso più o meno musicale e anonimo degli eventi che costituiscono la materia della nostra esperienza visiva. Da qui, anche, l’antico potere delle immagini. Controfigure molto più stabili e facili da controllare delle cose per cui stanno, le immagini rispondono abbastanza bene a questo incessante desiderio di dominio e comprensione che è proprio dei nostri occhi. Il loro potere comunicativo è ben noto ai pubblicitari, ai docenti e anche agli editori scientifici. “Un’immagine comunica più di mille parole”, si sente spesso ripetere. Ma questo aiuto alla comprensione che ci viene dalle immagini può dare un piacere anche troppo facile e invadente, un piacere che l’arte e anche la divulgazione scientifica hanno il compito di controbilanciare con un diligente sforzo di verità.

Nella stanza di Sandor Pongor, responsabile della sezione diProtein Structure and Biocomputing dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnolgy è appesa una riproduzione di un famoso quadro di Magritte che raffigura una pipa in legno con una bella scritta in corsivo che dice: ceci n’est pas une pipe. La presenza di quel quadro in quello studio sta a indicare che la stessa cosa andrebbe detta delle rappresentazioni tridimensionali delle macromolecole. Così, con buona pace degli autori della struttura atomica visualizzata in questa immagine scaricata dal sito della Protein Data Bank, nella relativa didascalia si dovrebbe scrivere: “questa non è una molecola di albumina”.

Nel caso delle rappresentazioni delle strutture molecolari, anzi, la negazione diventa molto più pertinente che in quello della pipa di Magritte, perché in questo caso non si tratta solo di ribadire che l’immagine non coincide con il suo oggetto, ma anche di ricordare che quando si parla di atomi ci si può veramente chiedere se si tratti di oggetti. Come gli scienziati sanno abbastanza bene fino dagli anni di Werner Heisenberg, a quelle scale di grandezza non è più legittimo distinguere il nome dal verbo, il corpuscolo che vibra dalla vibrazione che lo caratterizza. Così l’immagine che ci presenta l’albumina come fosse un oggetto (o addirittura un soggetto: “proteina di trasporto”) deve essere correttamente contestualizzata nell’espicitazione dei modi della sua produzione (immagine di computer grafica da dati di cristallografia a raggi X) e del suo uso (confronto con le configurazioni atomiche di altre macromolecole). Cosa che ci sforzeremo di fare nella prossima puntata.

Struttura molecolare ottenuta per diffrazione ai raggi X su un cristallo di albumina
umana. La struttura è stata inserita con PDB ID 14O6 nella Protein Data Bank (Research
Collaboratory for Structural Bioinformatics), dal cui sito web è stata ricavata
l’immagine.

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