Quando si parla di immagini mediche, di solito si pensa alle tecniche diagnostiche che permettono di visualizzare il corpo umano vivente ottenendone rappresentazioni sempre più realistiche e precise. In realtà, se si apre una rivista o un testo di medicina (oppure si assiste a una conferenza, o anche a una lezione), ci si rende conto che le immagini utilizzate nella comunicazione medico-scientifica sono prevalentemente di altro tipo. perché non sono immagini che servono per osservare il corpo umano, ma piuttosto per raccontare agli altri quello che si è osservato. Tralasciando grafici e tabelle (che costituiscono una buona percentuale delle figure di cui sopra; ce ne occuperemo però in altre occasioni) e venendo ai disegni veri e propri, vediamo che di solito si tratta di schizzi più o meno ben curati in cui i dettagli, ridotti all’essenziale, vengono menzionati o tralasciati in funzione di un discorso e di una pertinenza definita dal contesto in cui vengono presentate le immagini. Siccome l’uso dell’immagine non è diagnostico o di ricerca, ma piuttosto comunicativo (non si mira a scoprire qualcosa nel corpo di un particolare paziente, ma a definire piuttosto un certo fatto tipico o un determinato oggetto, nella sua tipicità), la figura deve essere particolarmente stilizzata e leggibile. A questo scopo, il disegno risulta di solito molto più efficace delle fotografie o di altre tecniche di registrazione diretta, perché, nel realizzarlo, l’autore può mettere in risalto le forme o gli aspetti che desidera far risaltare. Si può trattare di figure intere o di parti del corpo, in ogni caso, un po’ come nelle carte geografiche, le componenti dell’immagine vengono isolate e definite da contorni netti e da colori che possono essere anche simbolici. Vengono di solito utilizzati tratteggi uniformi e tinte piatte.

L’illustrazione medica ha una storia relativamente recente, che in sostanza inizia con il Rinascimento e si sviluppa seguendo l’evoluzione delle conoscenze mediche e delle tecniche di stampa. Parallelamente alla grafica, soprattutto nei secoli XVIII e XIX, un’importante campo di sviluppo dell’illustrazione medico-scientifica è la produzione di sculture e in particolare di modelli in cera. La computer-grafica 3D rappresenta il fronte più avanzato di questa storia, anche perché, con la modellazione tridimensionale degli oggetti, costituisce una specie di sintesi tra la riproducibilità delle opere grafiche e la pulizia e la chiarezza didattica della ceroplastica. Grazie a specifici software (3D Studio Max, Maya, Softimage, per citare solo i più conosciuti), gli illustratori medici possono oggi lavorare con degli oggetti tridimensionali “scolpendoli” digitalmente o ricavandoli da dati acquisiti con tecniche diverse (con programmi specializzati, come per esempio 3D Doctor, si possono ottenere e gestire oggetti 3D da scansioni TAC o MRI). Dopo la modellazione nello spazio tridimensionale, l’illustratore indica al computer come ricoprire le superfici degli oggetti, eventualmente utilizzando anche immagini digitali (texture che possono anche provenire da archivi di immagini fotografiche). Queste texture vengono “spalmate” sulla corazza 3D precedentemente creata. L’oggetto conserva così una sua realtà ben separata dallo sfondo o da altri oggetti e le immagini che si ottengono risultano perciò particolarmente chiare e leggibili. A partire dagli oggetti, poi, si possono generare delle brevi animazioni per ruotare, muovere o modificare la scena, aggiungendo all’illustrazione una dimensione temporale e dinamica che difficilmente può essere resa con la stessa efficacia da un disegno bidimensionale.

Spaccato del rene tratto dal sito web Med Art Studio. L’immagine è stata realizzata con il programma 3D Studio MAX da Davide Brunelli, dermatologo e illustratore medico. Con la computer-grafica 3D, l’autore modella gli oggetti tridimensionali, servendosi come traccia di bozzetti a matita; li posiziona assieme all’interno di un certo ambiente, assegnando loro una specifica colorazione; definisce la distanza e l’angolo da cui viene visto l’oggetto, la colorazione delle sue superfici, la direzione e il tipo di illuminazione; attiva infine il rendering dell’immagine. Durante questa fase del lavoro, che dura un tempo proporzionale alla complessità dell’oggetto e alla risoluzione dell’immagine, il computer trasferisce la composizione tridimensionale in una sua proiezione bidimensionale: l’illustrazione come la vediamo.

 

2013-01-23T09:06:17+00:00sabato 1 novembre 2003|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , |

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