Seppur con una certa lentezza e riluttanza, la scienza sta imparando che la realtà che ci circonda andrebbe descritta – più che come un aggregato di oggetti – come un vasto concerto di vibrazioni. Di fatto, il mondo non appare a tutti allo stesso modo: a seconda del tipo di onda su cui si sintonizzano gli organi di senso, sonorità e colori si accendono o si spengono, assieme a odori ed emozioni. La rete della comunicazione tra le molecole, le cellule e gli organismi funziona proprio grazie a questa possibilità di “scegliere” il canale giusto per comunicare con il partner giusto. Gli insetti impollinatori, per esempio, vedono i petali molto più variopinti di come li vediamo noi. Perché, per farsi notare, i fiori usano speciali pigmenti che riflettono bene sulle frequenze dell’ultravioletto, alle quali sono sensibili gli occhi degli insetti.
Nello scorso numero, abbiamo visto come il mondo appaia diverso alla luce infrarossa, perché le superfici organiche assorbono e riflettono questa radiazione su bande leggermente diverse dello spettro, così che quello che appare scuro nel visibile appare a volte chiaro all’infrarosso e viceversa. La pelle, in particolare, appare quasi in negativo, perché la melanina, che assorbe la radiazione visibile, riflette bene quella infrarossa, cosicché una pelle scura nel visibile, nell’infrarosso appare assai più chiara. Nell’ultravioletto, invece, è tutto il contrario: infatti la melanina assorbe la radiazione ultravioletta anche meglio di quella visibile e quindi appare più scura. Così, il principale uso medico della fotografia in luce ultravioletta riflessa è proprio quello di evidenziare eccessi o carenze di pigmento. Inoltre, siccome la radiazione penetra i primi strati della pelle, questa tecnica fotografica può rivelare anche crescite o accumuli sottocutanei.

Il primo esempio di possibile (anche se mancato) uso diagnostico della fotografia in luce invisibile risale a molto prima che si potessero avere le prime foto agli UV. Nel 1864, infatti, il chimico tedesco Hermann W. Vogel notò accidentalmente che il ritratto fotografico di una anziana signora presentava delle macchie invisibili a occhio nudo, macchie che alcuni giorni dopo si manifestarono come vescicole del vaiolo.

Le pellicole fotografiche sono sempre state sensibili alle frequenze più alte del visibile. Mentre per avere le prime fotografie all’infrarosso è stato necessario aspettare (fino agli anni ’30) che fossero inventate pellicole sensibili a quella radiazione, l’ostacolo che ha ritardato la nascita della fotografia all’ultravioletto è stato la mancanza di un filtro adeguato. Era infatti necessario isolare la radiazione UV dalle altre componenti della luce. Esperimento riuscito solo nel 1919, ad opera del fisico americano Robert Wood.

Siccome, attualmente, le ottiche e le pellicole in commercio sono state studiate per minimizzare il “rumore” causato dalla radiazione ultravioletta, la fotografia su questa banda dello spettro oltre al filtro richiede anche particolari pellicole e, soprattutto, obbiettivi realizzati con un vetro che trasmetta bene tutte le bande degli ultravioletti.

In alto a sinistra due foto in luce visibile e all’ultravioletto riflesso, realizzate da Robin e Gigi Williams e prese dai siti Medical and Scientific Photography. In basso a destra, un fiore di Potentilla freyniana, fotografato in luce visibile e UV dal fotografo naturalista Fumio Yokozawa. L’immagine in alto a destra evidenzia i danni alla pelle causati dall’esposizione prolungata ai raggi del sole ed è stata ottenuta con Visnu Camera, un apparecchio fotografico UV per dermatologi.

 

 

2013-08-26T13:54:21+00:00martedì 1 giugno 2004|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , , |

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