Risale a 150 anni fa il primo uso delle impronte digitali in un documento ufficiale. Lo si deve a William James Herschel, figlio dell’astronomo Sir John Frederick William Herschel. Magistrato in India, James Herschel aveva studiato per molti anni l’unicità e la permanenza delle impronte della mano lungo tutta la vita di ogni essere umano.
Perché le impronte digitali fossero usate per l’identificazione dei criminali si dovette però attendere quasi mezzo secolo. Grazie agli studi di Sir Francis Galton e dell’argentino (originario della Dalmazia) Juan Vucetich e alla classificazione sistematica dei tratti delle impronte eseguita da un team di esperti diretto da Sir Edward Henry (anche lui magistrato britannico in India), a cominciare dal 1900, le impronte digitali sostituirono ufficialmente – prima in Inghilterra, poi anche in America e in tutto il mondo – il sistema antropometrico concepito dal criminologo francese Alphonse Bertillon, che relegava le impronte digitali al ruolo secondario di “segni particolari”.
Nonostante gli sviluppi della biometrica di altre parti del corpo (per esempio l’iride) e della biologia molecolare delle impronte genetiche (test del DNA), le impronte digitali rimangono lo strumento principale della polizia scientifica.
L’immagine è tratta dal sito web della Forensic Science Faculty of Sciences della Staffordshire University (UK).

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