Quando guardiamo le immagini che ci regala la scienza, dimentichiamo spesso che dietro ogni immagine c’è una specifica tecnologia, degli strumenti cioè che servono sia a illuminare l’oggetto sia a riceverne le risposte che ci permettono di ricostruire l’immagine. Questi strumenti vengono progettati in funzione dell’esame di uno specifico tipo di oggetti, e la loro forma e le loro dimensioni condizionano fortemente la possibilità di osservare oggetti diversi. Così, mentre il mondo naturale si dispiega davanti ai nostri occhi dentro un orizzonte virtualmente illimitato, le immagini scientifiche ci presentano sempre oggetti in qualche modo ingabbiati all’interno di un campo di vista necessariamente chiuso. Nello scorso numero, parlando della microtomografia con luce di sincrotrone, abbiamo taciuto dei problemi di un suo utilizzo in medicina. Non solo la dose di radiazione richiesta per ottenere la risoluzione desiderata è troppo rischiosa per il paziente, ma gli oggetti esaminati devono anche essere di dimensioni inferiori al raggio del fascio di luce, perché il fascio della radiazione prodotta dall’acceleratore rimane necessariamente fisso ed è quindi il campione a dover ruotare su se stesso per essere microtomografato. Anche nel caso della microscopia MRI (come, peraltro, di quella ottica o elettronica), la forma dello strumento condiziona perentoriamente le dimensioni dell’oggetto osservabile. Infatti, le speciali bobine che mandano in risonanza il campo magnetico possono alloggiare un campione che non superi di molto il centimetro cubo. Per strutture vegetali (tipicamente semi), embrioni o espianti di tessuti molli complessi (come la cartilagine ossea), questa tecnica permette comunque indagini non invasive di grande interesse scientifico, garantendo una risoluzione dieci volte maggiore rispetto a quella della MRI utilizzata in diagnostica medica.

Sopra, un fermo-immagine dell’interazione diretta con i dati ricavati da una scansione micro MRI di un embrione di topo al 13° giorno dal concepimento. L’interazione con le varie decine di milioni di voxel che compongono l’immagine tridimensionale è resa possibile da un software dedicato ed è stata realizzata da Sonny Chan (Seaman Family MR Research Centre, University of Calgary). Le quattro immagini nella parte superiore della pagina si riferiscono invece a un embrione di topo al 16° giorno dal concepimento e derivano da un’animazione realizzata da Mark Dow (Brain Development Lab, University of Oregon) a partire da dati messi a disposizione dal Caltech Atlas of Mouse Development (California Institute of Technology, Pasadena, CA).

2013-08-29T15:26:06+00:00domenica 1 giugno 2008|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: |

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