A volte, come nel caso delle foto macro del numero scorso, le nostre “cartoline” sono il risultato di una serie di azioni principalmente orientate alla produzione dell’immagine. Altre volte, invece, le immagini sono una documentazione, a scopo didattico o di comunicazione, di un’esplorazione effettuata con strumenti che permettono la registrazione delle immagini solo in via accessoria. Grossomodo, è la differenza che passa tra le immagini fatte con strumenti il cui nome contiene la radice –scop– o con la radice –graf-, differenza che varia di caso in caso, anche all’interno dello stesso gruppo di strumenti. Come accade, per esempio, tra le immagini prodotte con il microscopio convenzionale e quelle con lo stereomicroscopio.
Siccome la visione al normale microscopio da laboratorio è già completamente piatta, le micrografie non cancellano la possibilità di esplorare lo spazio nelle sue tre dimensioni che è invece peculiare dell’osservazione allo stereomicroscopio. La principale caratteristica di questo strumento è infatti proprio che la luce arriva agli oculari da due diversi obbiettivi, garantendo così quella visione binoculare (stereoscopica, appunto) che manca nel microscopio classico. Chi osserva il campione può manipolarlo come se gli stesse davanti, in ciò facilitato anche da un comodo spazio di lavoro (alcuni centimetri, contro i pochi millimetri del normale microscopio).
Lo stereomicroscopio è stato infatti innanzitutto concepito come strumento non solo per guardare, ma anche per toccare e per tagliare (si chiama anche “microscopio da dissezione”). Di tutto ciò, nelle micrografie realizzate allo stereo, rimane solo una maggiore nitidezza e profondità di campo.
Nelle nostre immagini, questa nitidezza è aumentata dal tipo di illuminazione, studiato per consentire sia una visione in campo scuro con epifluorescenza (il campione è illuminato lateralmente e quella che si vede è l’emissione dei fluorocromi eccitati dalla radiazione ultravioletta incidente), sia una visione in campo chiaro (con illuminazione obliqua, particolarmente adatta alla visione di organismi che, come l’embrione e la larva del pesce zebra, sono quasi perfettamente trasparenti).

L’immagine è stata prodotta con un Carl Zeiss SteREO Lumar.V12, uno stereomicroscopio di ultima generazione attrezzato per la fluorescenza, sia in campo scuro che con illuminazione obliqua in campo chiaro. Nella foto, realizzata a 150x da Martin Bastmeyer e Monika Marx (Friedrich-Schiller-Universität Jena), è inquadrata la testa di un avannotto di pesce zebra (Danio rerio) appena uscito dall’uovo; in rosso e in verde sono colorati i nervi, rispettivamente motori e sensomotori.

2013-08-30T17:00:33+00:00lunedì 1 giugno 2009|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: |

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