Il volto umano è in genere la prima cosa che vediamo quando veniamo al mondo. Sulle sue forme si è verosimilmente modellata tutta la nostra esperienza visiva. Di fatto, ci bastano pochi tratti per farlo rivivere nelle forme delle nuvole, nelle venature delle foglie e delle rocce, nelle macchie di un muro, o nelle linee di un disegno.
Il volto è un sistema di proporzioni che può essere descritto e misurato in termini di distanze da una linea mediana e di rapporti tra le altezze di questi punti simmetrici. È un sistema dotato di una forte simmetria bilaterale, che non si mantiene altrettanto forte rispetto all’asse alto/basso. Gli elementi che si “rispecchiano” sopra e sotto il naso (la fronte con il mento, gli occhi con la bocca) si distanziano infatti l’uno dall’altro e tra di loro in un modo che è caratteristico per ogni persona e per ogni tipologia umana. Le simmetrie e le distanze che abbiamo imparato a leggere nei volti ci dicono se si tratta di un estraneo o di un familiare, della mamma o del papà. E, più avanti, se si tratta di un possibile partner o di un concorrente. Le forme del volto, anche quando sono sprovviste di un significato intenzionalmente relazionale (espressioni di rabbia, disprezzo, o altri affetti dell’anima), sono quindi per noi comunque pregne di significato biologico e sociale. La ricerca psico-antropologica all’interno della quale sono state prodotte le immagini che presentiamo in questo numero è partita proprio dall’ipotesi che le simmetrie del volto si accompagnino al dimorfismo sessuale. Per verificare questa ipotesi sono state riprese foto inespressive di centinaia di volti di maschi e femmine appartenenti a tre distinti gruppi sociali: circa 200 macachi di una colonia nell’isola di Porto Rico, 500 studenti di alcune università britanniche e 130 giovani della tribù Hadza, gruppo etnico di cacciatori/raccoglitori in Tanzania. La simmetria bilaterale e il dimorfismo sessuale sono stati misurati in tutte le immagini facendo riferimento ai punti e alle distanze del volto indicati nell’immagine più piccola. Le misure hanno confermato che i valori più alti di simmetria bilaterale si accompagnavano a una più forte espressione dei caratteri sessualmente significativi del volto (prominenza degli zigomi, distanza tra gli occhi, rapporto tra le dimensioni della parte inferiore e quelle della totalità del volto). Per verificare questa relazione anche in forma percettiva si è poi proceduto a un esperimento per immagini, realizzato con le 12 facce contenute nell’immagine più grande. Nell’illustrazione vedete sei coppie di visi. Le coppie della colonna di sinistra sono visi femminili: due visi di macaco femmina, due di femmina bianca e due di donna della tribù Hadza. Le coppie della colonna di destra sono di visi maschili, egualmente accoppiati. In ogni coppia, il viso di sinistra è la fusione al computer dei 15 visi più simmetrici, e quello di destra dei 15 visi più asimmetrici. Sia le fusioni dei volti più simmetrici che quelle dei volti più asimmetrici sono state normalizzate rispetto alla linea mediana, ottenendo così in entrambi i casi dei volti perfettamente simmetrici, che conservano però gli altri tratti caratteristici originari. In tutti i casi, il viso di sinistra è stato giudicato il più “sessualmente attraente” (e anche a noi, macachi a parte, sembra così). In sostanza, la simmetria del viso, che potrebbe essere collegata a una genetica più “sana”, si accompagna a caratteri sessuali secondari e attrae di più.

In alto, fusione di volti femminili e maschili che presentano un elevato e un basso grado di simmetria. In basso, i parametri utilizzati per le misure della simmetria e del dimorfismo sessuale. Le immagini sono tratte da un articolo pubblicato su PLoS ONE nel maggio 2008 da Anthony Little et al (doi:10.1371/journal.pone.0002106).

 

 

 

 

2013-09-04T14:16:43+00:00sabato 1 ottobre 2011|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , |

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