Normalmente, l’immagine fotografica in medicina è utilizzata solo per documentare e comunicare i casi clinici più interessanti. Esistono però anche altri usi bio-medici della fotografia. Tecniche fotografiche che utilizzano sorgenti e/o obiettivi speciali possono essere usate come strumento diagnostico (l’abbiamo visto nei numeri di maggio e di giugno del 2004 parlando della fotografia agli infrarossi riflessi e agli ultravioletti in dermatologia). In luce visibile, con la fotografia – o con altre più sofisticate tecniche di rilevamento ottico (come abbiamo visto nel numero di ottobre 2005) – si possono inoltre produrre archivi etnografici o antropometrici da cui si ottengono preziose informazioni sulla nostra specie o su particolari gruppi umani.
La topografia moiré, con cui sono state prodotte le immagini che presentiamo in questo numero, sta a metà strada tra questi due usi “speciali” della fotografia in campo biomedico: è infatti una tecnica che, pur utilizzando strumentazioni relativamente semplici, permette, almeno in linea teorica, di ottenere rapidamente informazioni di maggior dettaglio rispetto a quelle che vengono registrate dalla fotografia classica. Si tratta infatti di una fotogrammetria stereometrica basata su un effetto ottico che abbiamo tutti osservato, per esempio salendo le scale attorno alla gabbia dell’ascensore: gli sfasamenti tra due griglie imperfettamente parallele producono delle forme che cambiano allo spostarsi del punto di vista e ricordano i riflessi di una superficie liquida o di un tessuto setoso, mentre quando si sfasano due griglie che giacciono su piani perfettamente paralleli (come accade per esempio con i retini fotografici in tipografia) le figure che si producono sono squadrate e perfettamente regolari. Dall’analisi della deformazione delle figure di interferenza che appaiono sulle due dimensioni dello spazio si può quindi risalire a misure che si riferiscono all’andamento della superficie delle griglie nella terza dimensione.
È lo stesso principio che sta alla base dell’utilizzo delle frange d’interferenza per determinare i rilievi della superficie terrestre, o, come abbiamo visto nel numero scorso, quelli della superficie dei campioni biologici visualizzati con la microscopia laser a luce strutturata. Usato sulle nostre scale, questo effetto può servire a rendere più rapide, oggettive e confrontabili le registrazioni della morfologia tridimensionale del corpo.
La tecnica, proposta negli anni ’70 dall’ingegnere giapponese H. Takasaki, è stata in passato adottata su vasta scala in Oriente. L’immagine a sinistra proviene da un archivio di 1342 topografie registrate all’inizio degli anni ’80 in alcune scuole medie di Singapore. Peccato che, ai fini dello screening per la scoliosi, questa tecnica non si sia dimostrata attendibile, a causa dell’elevato numero di falsi positivi.

 

L’immagine a sinistra inquadra le frange di interferenza che appaiono sulla schiena di un soggetto sano sottoposto a un esame di topografia moiré. L’immagine è stata raccolta nell’ambito di una ricerca condotta nel 1985 da J.S. Daruwalla e P. Balasubramanian (Dipartimento Universitario di Ortopedia Chirurgica, Singapore General Hospital) sull’affidabilità della topografia moiré come strumento di screening pediatrico per la scoliosi.

2013-09-05T15:31:14+00:00lunedì 1 aprile 2013|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , |

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