14_12_fascettaLe immagini ottenute con tecniche scientifiche, soprattutto quelle che risultano dall’azione di qualche corpo, sotto certi aspetti sono anch’esse degli oggetti fisici, e in quanto tali possono essere a loro volta utilmente sottoposte ad analisi, permettendo scoperte, o riservando sorprese (come accade con le foto del protagonista di Blow-up di Michelangelo Antonioni).
Parlando delle tecniche analitiche che permettono di separare sostanze complesse, lo scorso numero abbiamo invece detto che, a differenza per esempio della centrifugazione, la cromatografia (almeno in certi casi) produce delle vere e proprie immagini, delle figure cioè che parlano di qualcosa di diverso da loro. Questo mese continuiamo lo stesso discorso, ma ritornando dalla cromatografia all’elettroforesi, la tecnica di cui abbiamo parlato nel numero di settembre a proposito di impronte genetiche. Per vedere che, oltre che come immagini che indicano certe proprietà degli oggetti a cui si riferiscono, le elettroforesi (come d’altronde anche le cromatografie) possono essere ulteriormente analizzate come oggetti e fornire nuove informazioni ai ricercatori.
Come la cromatografia, l’elettroforesi su gel separa le sostanze sottoponendole a una certa forza, nella fattispecie a una carica elettrica. Immerse nello stesso campo elettromagnetico, le molecole, passando attraverso il “setaccio” formato dai pori del gel, migrano a diversa velocità a seconda delle loro dimensioni, distribuendosi così lungo un certo percorso e producendo delle bande che corrispondono ognuna a una certa classe dimensionale.
Le immagini di impronte genetiche che abbiamo presentato in settembre mostravano appunto le diverse distribuzioni di un determinato frammento di DNA prelevato da diversi campioni biologici, visualizzando minime differenze e similarità tra i DNA provenienti da campioni diversi.
Le immagini che presentiamo qui appaiono molto più disordinate di quelle ottenute con l’elettroforesi standard e anche di quelle da cromatografia. Si tratta di due diversi esempi di una tecnica che è stata proposta a metà degli anni ’70 e che viene utilizzata principalmente come strumento analitico nello studio delle proteine.
L’aggettivo “bidimensionale” non si riferisce all’immagine (che appare sempre su due dimensioni), ma all’informazione contenuta nell’immagine. Vengono realizzate ruotando di 90° il gel su cui è stata effettuata la prima corsa elettroforetica e sottoponendo il risultato della prima separazione a un’ulteriore separazione, sfruttando principi fisici differenti: oltre che in funzione delle loro dimensioni, o del loro peso molecolare, di solito i composti proteici vengono separati a seconda del diverso punto isoelettrico.


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Elettroforesi 2D per la separazione di menotropina umana e di un ormone ricombinante umano follicolo-stimolante. L’immagine è tratta dall’articolo pubblicato da Alain Van Dorsselaer et al. su PLoS One 2011;6(3).

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Elettroforesi 2D con colorazione al nitrato d’argento di un lisato di cellule umane in coltura (cellule di Jurkat). L’mmagine è tratta dal sito della Kendrick Labs Inc., Madison (Wisconsin, USA).

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2014-12-19T17:29:03+00:00giovedì 18 dicembre 2014|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , |

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