14_09_fascettaNei mesi scorsi, parlando delle capacità – naturali o automatiche – di riconoscere una persona e distinguerla dalle altre, riallacciandola alla sua storia precedente e futura, abbiamo ripetutamente affrontato il tema dell’identità individuale. Si tratta di un antico tema filosofico. L’identità delle cose e ancora più delle persone è infatti collegata alla loro realtà: è nei sogni e nelle nostre idee che tende a sfumare, ed è nei particolari che invece si manifesta, come diceva di Dio Gustave Flaubert.
Ma si tratta anche di un problema centrale della biologia, e della medicina in particolare. Da una parte, la diversità può significare malattia, o emarginazione. “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo” (l’ha scritto Tolstoj, iniziando a raccontare le disavventure di Anna Karenina). Dall’altra, l’identità è un nostro speciale privilegio, una prerogativa degli animali superiori e in particolare dell’uomo (con buona pace delle targarughe, dei grandi alberi, delle montagne, o di certi manufatti…). A differenza di quanto accade alle cose, alle piante e anche agli animali, per noi uomini avere un nome proprio è infatti la regola e non un’eccezione.
Le figure che presentiamo in questo numero, si riferiscono alla frontiera biologica dell’identità: il fingerprinting genetico. La tecnica si basa su una scoperta fatta 30 anni fa, quando Alec Joffreys, biologo molecolare alla Leicester University (UK), si è accorto che, nel gel della loro corsa elettroforetica, certi frammenti di restrizione (si chiamano così le sequenze di nucleotidi che sono state tagliate in punti precisi da appositi enzimi) provenienti dal DNA di alcuni membri di una stessa famiglia si distribuivano con evidenti similarità e differenze.
Come quelle digitali, le impronte genetiche non hanno un significato in sé. Difatti non sappiamo se e come queste minime differenze tra i genomi (successivamente sono stati trovati milioni di altri siti di variabilità come quelli scoperti da Joffreys, per lo più localizzati nella parte non codificante del DNA) siano collegate alla diversità dei fenotipi. Ma le tecniche di visualizzazione della biologia molecolare – di cui parleremo ancora – le hanno già trasformate in un altro dei “codici a barre” che compongono il nostro nome segreto.

Corse elettroforetiche su gel che evidenziano le diverse dimensioni di frammenti di restrizione ricavati da siti ad alta variabilità genetica. La rete di microscopici pori che formano il gel di agarosio, setacciando le molecole che vi si spostano attratte dalla carica elettrica, fa in modo che le più piccole migrino più velocemente delle più grandi.

2014-09-09T17:28:51+00:00mercoledì 10 settembre 2014|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , , , , |

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