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tac perfusionale

16_06_fascettaSiamo abituati a pensare alle immagini scientifiche come a oggetti prodotti piano e bene. Soprattutto quelle che scegliamo per queste pagine sono normalmente realizzate con calma e in modo da permettere e invogliare un’osservazione lunga e accurata.
Nella realtà, però, la scelta di utilizzare (o, su un altro piano, la scelta di sviluppare) una certa tecnica di imaging piuttosto che un’altra può dipendere da fattori esterni dalla resa dell’immagine e può essere, per esempio, motivata dalla disponibilità delle apparecchiature necessarie a produrre le immagini.
È certamente il caso della TAC perfusionale, che viene soprattutto utilizzata in neurologia, per localizzare le regioni colpite da ictus e valutare la compromissione delle regioni infartuate. Sono circostanze in cui ogni minuto è prezioso, perché capire cosa è successo e cosa sta succedendo dentro la scatola cranica può aiutare a evitare che vadano perdute funzioni cerebrali di importanza vitale.
Della TAC abbiamo parlato numerose volte, seguendo negli anni la crescita (letteralmente) esponenziale della risoluzione spazio-temporale delle immagini che riesce a fornire. Le immagini TAC del cervello che abbiamo presentato fin qui sono immagini “statiche”, presentano cioè delle istantanee dell’encefalo dalle quali il radiologo può risalire alla causa di una certa sintomatologia neurologica. Nella neuro-radiologia di urgenza, queste istantanee possono aiutare a capire se nel cervello è cresciuto un tumore, se è in corso un’emorragia o se invece l’ischemia, cioè la mancata perfusione, deriva dall’occlusione di un vaso sanguigno.
Non danno però sufficienti elementi per valutare con precisione come stia evolvendo la situazione, quale sia l’ingenza del danno subito e quali siano le regioni solo parzialmente compromesse. La TAC perfusionale, invece, è una tecnica “dinamica”, che permette di valutare quali aree siano state definitivamente perdute e quali invece possano essere recuperate con opportuni interventi di ricanalizzazione da decidere immediatamente.
Dopo l’esame TAC diretto, per determinare i valori di perfusione, occorre iniettare in vena un bolo di mezzo di contrasto ed effettuare una serie di scansioni che ne visualizzano la diffusione in (almeno) due strati contigui del cervello (come quelli visualizzati nell’immagine più grande). Dai dati ricavati dalla serie di scansioni effettuate in alcune decine di secondi, con l’aiuto di algoritmi di deconvoluzione, vengono ricavate delle mappe di perfusione che mostrano il tempo medio di transito (MTT), la quantità del flusso sanguigno cerebrale (CBF) e del volume sanguigno cerebrale (CBV) e permettono di distinguere le regioni in cui l’ischemia è ancora reversibile.
La TAC perfusionale non fornisce più informazioni di tecniche equivalenti sviluppate in risonanza magnetica, ma è sempre più utilizzata proprio perché, come si diceva, le apparecchiature TAC sono molto più accessibili di quelle per la risonanza magnetica, e l’esame è più rapido e richiede molto meno collaborazione da parte del paziente.

 

Mappe di perfusione encefalica ottenute da dati TAC

2016-09-14T11:55:46+00:00 martedì 14 giugno 2016|Categories: cartoline dalla scienza|Tags: , , , , |